Nel ventesimo secolo e in particolare durante il boom economico degli anni '50 la canzone europea attraversa una rapida evoluzione. Scompaiono la retorica poetica ottocentesca, le rime tronche, i contenuti sentimentalistici e melodrammatici, propri delle canzoni della tradizione precedente, rimpiazzati dallo schema della ballata medioevale ed eseguiti cantando su melodie ricercate da cantautori che esprimevano sempre di più il cambiamento di valori rispetto alla generazione dei genitori. I loro testi, in cui non sono rari i riferimenti letterari, riflettono l'anticonformismo, l'esperienza autobiografica e l'impegno sociale degli autori, i quali non usano più una lingua letteraria, ma quella quotidiana.
In Italia è significativo il modello della canzone francese, con
Brassens,
Brel e Ferré.
Negli anni '50, quando le canzoni di George Brassens iniziarono a essere conosciute dal grande pubblico francese, furono all'inizio giudicate scandalose: le caratterizzano infatti sia l'attacco alla borghesia sia l'attenzione alle realtà più reiette dell'Europa del dopoguerra ( si ricordi ad esempio
"La complainte des filles de joie", "Il lamento delle ragazze di vita"). Brassens, molto legato agli ideali anarchici, rifiutò sempre la celebrità e gli ambienti alla moda Parigini. Non si considerò mai un poeta: preferiva definirsi uno "
chansonnier", "cantautore", in questo erede della tradizione che vedeva legati testi di grande poesia e originalità e musiche di grande qualità, che avevano alle spalle la cultura mitteleuropea, francese e napoletana, espresse dai ritmi del valzer, della giava e della tarantella.
Fabrizio De André, che in questo raccoglieva l'eredità di Brassens, ha sempre posto l'attenzione sugli emarginati e sulla quotidianità. Anche nelle sue canzoni di ambientazione medievale o comunque fuori dal tempo, "favolistica", i veri protagonisti non sono i re o i "potenti" in genere, ma i suicidi, il giovane che "rubò sei cervi nel parco del re", la coppia che va a sposarsi "su un carro di buoi", le donne, come la marchesa scelta dal re che "sarà la favorita", e deve abbandonare il suo sposo, o le più "famose"
Marinella e
Bocca di Rosa.
È stato proprio De André a far conoscere in Italia le canzoni, tradotte in italiano, di Georges Brassens. Ne mutuò il particolare modo di cantare e in parte lo stesso "prodotto" della sua arte, in cui parole e musica si fondono: l'altezza dei testi non è mai inferiore alla grande qualità della musica.
Tipici della sua arte sono stati lo sperimentalismo linguistico e quello musicale. De André ha cantato in dialetto genovese o in sardo, ha ripreso forme e caratteri della poesia e della musica medievale, come le canzoni popolari del XIV sec. (a una delle quali è ispirata la musica di
"Il re fa rullare i tamburi"), le ballate (
"La ballata dell'amore cieco",
"La ballata degli impiccati"), o il sonetto (De André ha messo in musica
"S'i' fosse foco" di Cecco Angiolieri).
Talvolta invece lo stile "medievaleggiante" ha un vero e proprio intento parodistico, come nella canzone
"Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers", scritta a quattro mani con Paolo Villaggio.