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Copirai(o)t - di Zandro

Copyright. Diritto d'autore. Chiamatelo come volete ma fate attenzione: qualcosa sta cambiando. La rete lo sta cambiando. Anzi, lo sta rivoluzionando.
Mi vengono in mente due interessanti esempi: Elio e le Storie Tese e i Beatallica.
Nell'ormai lontano 30 maggio del 2003 è stato pubblicato l'album di Elio e le Storie Tese "Cicciput". Leggendo con attenzione i vari crediti presenti nel booklet si scorge questa piccola nota: "Paola Cortellesi ha cantato 'Al mercato di Bonn' (una canzone molto bella che non abbiamo potuto inserire nel disco per colpa di editori anglosassoni parassiti che salutiamo con un cordiale vaffanculo)". Ma cosa è successo? Ce lo spiega meglio Rocco Tanica in un'intervista pubblicata sul web:

"[Paola Cortellesi] Ha cantato ne 'Al mercato di Bonn', che poi non è stata inclusa, e non certo perché non le mancasse l'autoironia. L'autoironia è invece mancata alle Edizioni Hill, che tutelano i diritti d'autore di 'Tanti auguri a te', di cui la canzone in questione è una rielaborazione. Figurati che 'Happy birthday to you' è stata scritta nel 1800 da due sorelle, le sorelle Hill; gli eredi hanno pensato bene di depositare questa canzone e oggi il brano è protetto da un copyright così blindato che al confronto il Pentagono è una porta aperta. Oggi, in linea teorica, non si può eseguire pubblicamente o elaborare questo tema senza una specifica autorizzazione degli editori. Per assurdo, se due o più persone al tuo compleanno ti cantano 'Tanti auguri a te', la SIAE ti potrebbe fare una contestazione o chiederti il pagamento dei diritti d'autore. Ovviamente, la liberatoria a rielaborare questo tema in una nostra canzone ci è stata negata, e per questo nel libretto del CD mandiamo cordialmente a fanculo queste persone. Se avessero un po' più di ironia, ci guadagneremmo tutti nel complesso, e ci avremmo guadagnato anche noi nel nostro complesso".

Incredibile! Una canzone così popolare e allo stesso tempo così irraggiungibile. Io credo che l'ironia degli Elio non sia stata capita e che le Edizioni Hill volessero evitare che si diffondesse un'idea sbagliata sulla storia della loro canzone. Fortunatamente il brano è facilmente reperibile su internet ed è stato diffuso senza nessun problema.

L'altro esempio è quello dei Beatallica, band di Milwaukee che (come dice il nome) suona i Beatles come se fossero i Metallica (con brani come "I Want to Choke Your Band"): nessuno scopo di lucro, gli album sono disponibili gratuitamente sul loro sito ufficiale. Ma a qualcuno questo non è piaciuto e così la Sony, proprietaria dell'intera discografia beatlesiana, ha fatto chiudere il sito della band statunitense perché violava i diritti d'autore. Non sono mancati gli appelli di protesta dei fan: uno di essi ha dichiarato di aver cominciato ad apprezzare la musica dei Beatles, che prima odiava, soltanto dopo aver conosciuto i Beatallica. Le trattative sono ancora in corso e probabilmente il sito verrà riaperto, grazie soprattutto all'aiuto di Lars Ulrich che si è interessato in prima persona. Aiuto che potrebbe sembrare sospetto dato che i Metallica hanno attaccato a spada tratta Napster & Co. in quanto 'ladri' del lavoro della band: ma qui la situazione è diversa, si tratta dello spirito creativo del rock che va difeso. La libertà di reinterpretare in rete.

Una cosa è certa: la rete è nata per condividere tra tutti i suoi utenti tutto il materiale che vi viene inserito, qualsiasi esso sia. Ogni volta che creiamo una cosa, la legge parla chiaro, diventiamo proprietari dei diritti ad essa collegati. Ma come si possono limitare i confini del web? Come si può ingabbiare qualcosa che non ha confini fisici reali? Ed è ancora giusto parlare di copyright? Di supporto discografico? Il CD è morto? Non risulterebbe più economica e semplice una distribuzione telematica? Elio e le Storie Tese, ad esempio, hanno messo a disposizione tutto il loro materiale passato e futuro in rete, alla modica cifra di 30 euro l'anno. Il resto lo fa il masterizzatore di casa.

Sergio 'Radio Gladio' Messina, in un recente articolo su Rolling Stone Italia (num. 18 - Aprile 2005) , ha scritto: "i prodotti culturali sono come i bambini: a proteggerli troppo gli si impedisce uno sviluppo sano e regolare". Nel suo intervento Messina espone molto chiaramente il punto della situazione: fino a qualche anno fa le major discografiche avevano grandi difficoltà a concedere a siti come Amazon dei sample di 30 secondi, che invece ormai sono la norma. E se prima le case discografiche davano i singoli alle radio, in futuro la nuova via potrebbe essere la distribuzione gratuita del singolo in rete: si perderà una canzone ma questo potrà servire da spinta pubblicitaria all'acquisto dell'intero album.

Intanto mentre da una parte c'è chi decreta la fine del copyright nei prossimi dieci anni (David Bowie), dall'altra c'è chi non rimane a guardare ed è già disponibile su internet tutta una serie di soluzioni che vanno dal Creative Commons al CopyDOWN.

Il Creative Commons è una formula che regola i diritti d'autore ed è stata creata da Lawrence Lessig nel suo libro più famoso, 'Free Culture'. Ha già ricevuto la benedizione dal governo brasiliano e Gilberto Gil, ministro-musicista, vi vede uno strumento per diffondere la musica brasiliana nel mondo. Il contenuto? Semplice: puoi usufruire come vuoi di qualsiasi materiale ma devi sempre specificarne la provenienza e non devi utilizzarlo a scopo di lucro.

Lessig, che Bill Gates ha definito una specie di 'comunista dei giorni nostri', ha affermato (Rolling Stone num. 17 - Marzo 2005): "Oggi si ha una visione prevalentemente commerciale della musica, tutta basata sul prodotto: il cd, un pezzo di plastica. Ma tutti noi rimixiamo le canzoni nel tessuto della nostra esperienza personale, e lo stesso facciamo con i film e con i libri. Questa pratica di remix nei prossimi anni coinvolgerà sempre più la tecnologia".

CopyDOWN invece è molto di più di una licenza: è lo slogan di un intero movimento che crede nel libero scambio di files ma soprattutto di creatività e di progetti. Non ha nulla a che fare con le merci: è una strategia di libera circolazione dei saperi per un libero accesso e utilizzo delle conoscenze. Esso si basa principalmente sul Copyleft, che è il contrario di copyright: invece di concedere solo all'autore di un'opera il diritto di riprodurla, copiarla, distribuirla e modificarla, lo estende a tutti. Ma a patto che chi beneficia di questo diritto lo garantisca agli altri diffondendo i suoi lavori con una licenza Copyleft. Attenzione, il Copyleft non nega agli autori la paternità delle loro opere, né apre le porte a una pirateria senza regole. Il suo obiettivo è un altro: promuovere la diffusione della conoscenza.

Non posso fare a meno di vedere in tutto ciò un naturale riflesso culturale del post(post?)modernismo: il campionamento, il remix, il "coverismo" (se mi passate il termine) cosa sono se non pratiche postmoderniste? Se quindi sono le esigenze culturali stesse ad avere bisogno di libertà, le regole sul copyright cominciano a limitare la cultura stessa, anche se di cultura di rifacimento si tratta.

Forse quello che ho scritto finora viola in qualche modo i diritti di qualcuno. Eppure ho solamente riunito (o sarebbe meglio dire rimixato) in uno stesso testo vari passaggi provenienti da diverse fonti per dare la possibilità, a chi legge, di ritrovarsi tutto in un solo articolo e di poter poi approfondire (se interessato/a) in seguito. Tecnicamente si tratta di pubblicità. Dovrei forse essere pagato?

In realtà è ancora un po' presto per parlare di soluzioni concrete al problema, anche se le cose stanno cambiando radicalmente in tempi molto brevi. La situazione sembra essere in mano alla Internet Generation che è cresciuta con un'idea completamente diversa della distribuzione della "cultura": perché comprare qualcosa se la si può trovare gratis su internet? In futuro, forse, si potrà scaricare una canzone per un dollaro/euro (vedi l'iTunes Music Store di Steve Jobs), forse sarà gratis, l'importante, a mio parere, è che tutto venga fatto equamente, nel pieno rispetto degli artisti (devono guadagnare) e del loro pubblico (dobbiamo risparmiare), cercando di evitare multinazionali che si arricchiscono alle nostre spalle e Stati troppo insensibili da non abbassare l'I.V.A. dei prodotti discografici. Con buona pace della SIAE, che continuerà a vendere CD vergini e autorizzazioni per noiosissime feste.

Un cordiale saluto. ZANDRO