La censura a Siracusa e i tiranni di Aristofane
di SEBASTIANO MESSINA
DICEVA Aristofane: "Non puoi insegnare al granchio a camminare diritto". Su questo sono tutti d'accordo: il prestigioso regista, il verace viceministro, la bella ministra, il prudente prefetto, cioè tutti i personaggi che lo stesso Aristofane avrebbe messo nella trama dell'ultima commedia recitata nel suo nome: quella che è andata in scena ieri a Siracusa. Non al teatro greco, dove era in programma "Le Rane", ma lì davanti, sotto i riflettori delle telecamere.
Protagonisti, il regista Luca Ronconi, il viceministro Miccichè, la ministra Prestigiacomo, il prefetto Alecci. Ciascuno dei quali accusa l'altro di camminare di traverso, come il granchio di Aristofane.
La trama. Luca Ronconi ha allestito una versione "attualizzata", come si usa dire, de "Le Rane" . Per attualizzarla ancora di più, nel pannello che a un certo punto dovrà mostrare agli spettatori il volto dei tiranni, ha fatto dipingere le facce di Berlusconi, di Fini, di Bossi e La Russa. I politici, chissà come, vengono a saperlo. E alla vigilia della prima, alla cena organizzata dal prefetto di Siracusa - i prefetti amano la cultura, ma adorano il quieto vivere - il viceministro berlusconiano Gianfranco Miccichè rinfaccia questa scelta al regista. "Il teatro pubblico non dovrebbe criticare chi gli dà i soldi", dice chiaro e tondo a Ronconi. Il quale, tornato in teatro, dà ordine di eliminare il pannello con le facce governative. Poi, però, denuncia "un vero e proprio caso di censura".
Ci sarebbe voluto Aristofane, per farci ridere. Purtroppo non c'era.
Anche se tutti, ovviamente, lo hanno evocato (contando sulla scarsa probabilità di una sua smentita). Se ci fosse stato Aristofane, avrebbe forse scritto una battuta diversa per il suo regista. "Anche se mi convincerai, non mi convincerai" avrebbe potuto replicare Ronconi a Miccichè, citando l'Autore. Spiegandogli che non spetta a un uomo politico contestare la scenografia di un regista. O ricordandogli che lui lavora con i contributi dello Stato, non con quelli di Berlusconi.
Se ci fosse stato Aristofane, forse avrebbe messo in scena, accanto all'onorevole Miccichè, un servitore zelante, che al momento opportuno avrebbe suggerito a lui e alla ministra Prestigiacomo di fare le loro critiche dopo, e non prima, che la commedia fosse rappresentata, per allontanare da noi tutti la sensazione di trovarci nell'Orecchio di Dionisio, quella caverna dalla quale il tiranno di Siracusa - un tiranno vero, incontestabile - riusciva a sentire tutto ciò che i suoi nemici dicevano di lui. Per poi censurarli (decapitandoli).
Invece, come sappiamo, Aristofane non c'era. Così abbiamo potuto assistere solo a una mediocre commedia dei finti equivoci. In cui un regista così coraggioso, così temerario da individuare il Tiranno in quattro governanti, diventa un pragmatico uomo di teatro e cancella la sua invenzione, "per mandare comunque in scena lo spettacolo", salvo denuncia nel dopo-teatro, mentre il viceministro finge di parlare solo in astratto, di dare solo dei consigli, di non voler censurare nessuno. Come se in Sicilia fosse facile distinguere i consigli a salve dell'onorevole Miccichè da quelli che non si possono rifiutare (almeno a teatro).
(La Repubblica - 20 maggio 2002)