Il palcoscenico della Signoria
di CURZIO MALTESE
SE FOSSE vivo un Aristofane, ne caverebbe una formidabile commedia. Ma, in assenza di un genio satirico, la vicenda della rappresentazione ronconiana de "Le Rane" con uso di maschere governative, ieri bloccata dallo zelante Micciché e oggi sdoganata dall'intervento di Berlusconi (fra gli applausi degli artisti), è soltanto penosa e ridicola.
Penosa e ridicola era già la censura del Micciché, il piccolo viceré siciliano del premier. Ancora più penoso e ridicolo, oltre l'apparenza liberale, è il comunicato con il quale Berlusconi, travestito anche nella retorica magniloquente da novello Re Sole, concede il "permesso" a Ronconi di satireggiare con la sua sacra immagine. Ma più penoso di tutto è il breve ma commosso ringraziamento di Ronconi e di Escobar a sua maestà per il gesto di alta "intelligenza e civiltà".
Visto che di teatro si tratta, proviamo a portare questa commediola sulla scena. L'ambiente non può essere quello di una democrazia moderna. Al massimo, la storia può svolgersi nel '400 delle Signorie. Nel primo quadro si ammira una compagnia di attori che inscena a corte una satira sul potere, mimando a tratti le fattezze del signorotto locale. Dalla schiera dei cortigiani si levano i primi mugugni, poi le urla. Il più ribaldo sguaina la faccia ferocee minaccia di oscure vendette i commedianti, i quali, poverini, si spaventano. Ma ecco che il signore leva in alto la destra. Si fa silenzio. Con un gesto e un sorriso benevoli, invita la compagnia a proseguire la rappresentazione. Gli artisti sprofondano in un inchino. La corte, pacificata e ammirata da tanta generosità, esplode negli applausi. Sipario.
Sarebbe stata davvero una bella scena nell'Italia del '400. Anche perché i signori dell'epoca, a differenza di Berlusconi, non disponevano poi di sei reti tv per compensare l'eventuale danno d'immagine. Ma anche nei regimi autoritari, nell'Italia fascista e nell'Unione Sovietica, anche noi avremmo applaudito il bel gesto. A Stalin piaceva, dopo averne censurati i drammi e i romanzi, chiamare al telefono Michail Bulgakov e offrirgli un posto al teatro di Mosca. E naturalmente Bulgakov accettava e ringraziava: l'alternativa era un viaggio di sola andata in Siberia.
Dall'epoca delle signorie però è stata inventata la democrazia. Anzi, reinventata, visto che nell'Atene di Aristofane la satira era già libera di mettere alla berlina i potenti. Nelle democrazie moderne esistono regole che vale la pena di ricordare alla mediocre e provinciale corte dei berluscones e purtroppo perfino a due persone per nulla mediocri e provinciali, anzi coltissime e stimate all'estero come Escobar e Ronconi. In democrazia, per esempio, chi governa si occupa in genere di questioni importanti, come l'economia (che, fra l'altro, va male), le tasse (che non diminuiscono), ma non mette mai il becco nelle libertà di artisti e giornalisti. Nessun governo democratico, in giro per il mondo, distribuisce pagelle ai giornalisti per stabilire chi sarebbe più fazioso, chi può lavorare e chi no, come ha fatto Berlusconi con Biagi e Santoro e come non farebbero mai Bush o Chirac o Blair o Schoeder o Aznar. Nelle democrazie i ministri e sottosegretari badano ai rispettivi compiti senza mai intervenire su temi quali i confini della satira, i codici del teatro e del cinema, o per dire "bravo" o "cattivo" a questo o quel regista. Avete mai sentito Bush criticare un film di Woody Allen, che pure lo detesta e non perde occasione di dirlo? Uno dei maggiori successi teatrali londinesi, "Feel Good" di Alistair Beaton (per giunta un giornalista) è una devastante satira di Tony Blair. Ebbene, non risulta che l'inquilino di Downing Street vi abbia fatto cenno. Perché laggiù (o lassù?) sono i giornalisti e i satiristi a criticare i governi e non viceversa.
È l'Abc della democrazia. Ma la maggioranza è piena di analfabeti. Tanto da usare ogni volta, per giustificare le ripetute censure, un argomento che più volgare e ignorante (alla lettera: di chi ignora) non si potrebbe: "chi prende soldi pubblici non può criticare il governo". L'ha usato Gasparri contro i comici di Tutto il Calcio, Sgarbi contro i documentaristi del G8, Berlusconi contro Biagi e Santoro, il prode Micciché. Ma dove sta scritto? Tutti costoro confondono il governo con lo Stato. È lo Stato (la collettività, le nostre tasse) a finanziare la tv di Stato (appunto, non "di governo"), il teatro e il cinema. perché siano più liberi, non meno liberi. E siccome lo Stato democratico, ovvero la collettività, mantiene anche i micciché, gli Sgarbi, i Gasparri e paga addirittura un paio di stipendi a Berlusconi, che pure non ne avrebbe bisogno, sarebbe ora che si mettessero a studiarne le regole. Non è difficile, basta leggere la Costituzione.
In Italia è ormai proibito parlare di "regime" (come accade soltanto durante i regimi). Ma come chiamare un paese dove una pièce teatrale ha bisogno del visto personale del premier per andare in scena? Dove i ministri, invece di pensare ai contri pubblici, fanno a gara per restaurare il Miniculpop? E perché il mondo della cultura, l'opinione pubblica, il giornalismo non reagiscono, tranne qualche eccezione, con la forza con cui reagirebbe qualsiasi nazione libera, governata dalla destra o dalla sinistra? Ma guardiamoci intorno. Non sarà regime ma è già una democrazia di serie B o C.
(La Repubblica - 21 maggio 2002)