
Il fenomeno è nuovo, recentissimo: quello che ieri era
considerato il Gastone dell'imprenditoria, oggi s'è trasformato
in un Re Mida alla rovescia: non azzecca più una mossa nemmeno
per sbaglio. Il metodo usato dai più insigni luminari della
scaramanzia mondiale per giungere a questa sconvolgente
conclusione è quello empirico. Un metodo che definire
scientifico sarebbe riduttivo. Un metodo che, a furia di
dimostrazioni e controdimostrazioni, piacerebbe a Popper e
persino a Marcello Pera.
Dunque, vediamo. Il Cavaliere rivince le elezioni il 23 maggio
2001 e torna per la seconda volta a Palazzo Chigi. Fra i pezzi
più pregiati di Forza Italia, anzi di tutta la Casa delle
Libertà, c'è Gianstefano Frigerio, un ex democristiano
candidato in Puglia sotto falso nome, essendo un noto
pluripregiudicato di Tangentopoli con 8 anni di galera sul
groppone. I carabinieri non gli danno nemmeno il tempo di
visitare per un attimo Montecitorio: il mattino dell'apertura
della Camera, mentre Pierferdinando Casini inaugura la
legislatura raccomandandosi alla Madonna di San Luca, Frigerio si
raccomanda a San Vittore. Non è una bella figura. Fuori uno.
Subito dopo si pone il problema dei seggi rimasti vacanti per i
trucchi e le trappole della legge elettorale. Berlusconi, ingordo
com'è, impone a Forza Italia la linea dura: tutti i seggi devono
andare agli azzurri. Risultato: agli azzurri non ne va nemmeno
uno. I seggi resteranno vacanti, e la maggioranza perderà un bel
po' di voti per l'intera legislatura.
Qualche problema anche per la lista dei ministri: fino all'ultimo
si parla di Luca Cordero di Montezemolo in un dicastero chiave,
per impreziosire ulteriormente una compagine che già vanta nomi
del calibro di Bossi, Gasparri e Lunardi. Ma alla fine il
presidente della Ferrari dà forfait: è l'unico colpo di fortuna
del Cavaliere nell'ultimo anno, ma lui non lo capisce e mette il
lutto.
L'11 luglio 2001 il cosiddetto ministro dell'Economia, Giulio
Tremonti, con la faccia che si ritrova, si presenta al Tg1 delle
20 per annunciare agli italiani, bacchetta e lavagna alla mano,
che l'Ulivo gli ha lasciato in eredità un gigantesco deficit nei
conti pubblici: non si sa bene se ammonti a 45 o a 61 mila
miliardi di lire, o a zero lire. Fa lo stesso. è la finanza
creativa, bellezza. Naturalmente alla storia del buco non crede
quasi nessuno, un po' per la faccia di Tremonti, un po' perché
mancano totalmente le pezze d'appoggio (a parte un foglietto di
carta tutto colorato con dei numeri scritti a casaccio che
Berlusconi esibirà chez Bruno Vespa qualche mese più tardi).

La settimana dopo, tutto è pronto per il vertice
del G8 a Genova: ossessionati dall'ansia di proteggere la zona
rossa dei vip, al ministero dell'Interno si dimenticano di quel
che accade tutto intorno. Così i black bloc fanno quel che
vogliono, scorrazzano indisturbati per la città devastandola e
fraternizzando di tanto in tanto con le forze dell'ordine.
L'impressione è che qualcuno speri tanto nel morto, nel martire
fra gli uomini della polizia. Alla fine il morto ci scappa, ma
dalla parte sbagliata. Quello che probabilmente doveva diventare
il primo giro di vite contro i movimenti spontanei di piazza si
trasforma in un boomerang clamoroso. Da quel giorno a Genova,
l'Italia viene descritta come una succursale del Cile di Pinochet
dalla stampa e da vari organismi internazionali.
Un mese più tardi, il 22 agosto, il ministro delle
Infrastrutture Pietro Lunardi accresce il già esorbitante
prestigio del suo governo comunicando che "mafia e camorra
ci sono sempre state, e dovremo convivere con queste realtà,
senza frenare le grandi opere".
A metà settembre, mentre tutto il mondo serra le file della
cooperazione giudiziaria internazionale contro il terrorismo dopo
l'attentato alle due torri, il governo italiano ritira la scorta
ai magistrati antimafia, antiterrorismo e anticorruzione.
Compresi quelli di Palermo e quelli di Milano, Ilda Boccassini in
testa. Sarà costretto a ripristinarla precipitosamente in marzo,
dopo l'assassinio del professor Marco Biagi.
George Bush è preoccupato di conquistare l'intero mondo arabo
alla lotta contro le centrali terroristiche di Al Qaeda in
Afghanistan, in vista dell'attacco. E si profonde in continue
dichiarazioni d'amore per gli arabi, la loro cultura e la loro
religione. Anche in Europa la preoccupazione è analoga, anche
perché si dice che Bin Laden stia decidendo da quale paese
europeo ricominciare. Berlusconi gli leva subito ogni dubbio,
proclamando pubblicamente da Berlino che "noi occidentali
dobbiamo essere consapevoli della superiorità della nostra
civiltà su quella islamica, che non dev'essere messa sullo
stesso piano della nostra ed è indietro di almeno 1400 anni
nella storia". La Lega Araba protesta, gli alleati non
credono ai loro orecchi. Bush rinvia a tempi migliori la visita
del Cavaliere alla Casa Bianca. Quando poi decide di attaccare
l'Afghanistan, lo fa senza avvertire il premier italiano, e
quando ringrazia i partner europei alleati si dimentica di lui.
Il Cavaliere comunque ha ben altre guerre a cui pensare: ad
esempio quella ai giudici. Il 3 ottobre passa a tappe forzate la
legge sulle rogatorie. Serve a buttare via tutte le carte giunte
in Italia negli ultimi trent'anni dalle altre autorità
giudiziarie, e dunque anche le carte che sorreggono le accuse a
Previti, Berlusconi, Squillante & C. Si profilano migliaia di
assoluzioni, prescrizioni e scarcerazioni, infatti la
magistratura italiana protesta all'unisono con quella e

uropea. Ma per fortuna la legge è scritta con i
piedi: gli autori non si sono accorti che confligge con la prassi
internazionale ultratrentennale, nonché con la convenzione
europea di assistenza giudiziaria firmata nel 1959 e poi
ratificata anche dall'Italia. Quella legge dunque non entrerà
mai in vigore. Le carte bancarie su Previti restano valide. Un
euroautogol da manuale. Si cerca affannosamente il colpevole.
Un'altra fondamentale riforma, targata Tremonti, è quella che
consente il rientro - anonimo e pressoché gratuito - dei
capitali illecitamente esportati (e accumulati) all'estero: ma
anche questo porta più sputtanamento all'immagine di Berlusconi
che quattrini nelle case dello Stato. Persino Cirino Pomicino
denuncia il pericolo che se ne avvantaggino i riciclatori di
denaro sporco. Al confronto dei successori, persino Geronimo
diventa un faro di legalità.
Il 10 novembre,
il Foglio di Giuliano Ferrara e Veronica
Berlusconi indice una manifestazione di piazza con bandierine a
stelle e strisce a favore degli Usa impegnati in guerra in
Afghanistan. Il Cavaliere assicura subito presenza e sostegno. Ma
in piazza arrivano in pochi: sono molti di più i partecipanti
alla marcia parallela dei no-global.
Esaurite le speranze nella legge-tarocco sulle rogatorie,
Berlusconi e Previti puntano tutto sulla sentenza della Consulta
che annulla alcune tappe dell'udienza preliminare. Il tribunale
però decide di procedere oltre, dichiarando quelle udienze
ininfluenti. I processi, nonostante le speranze degli imputati
più illustri, proseguono. Il settimanale più venduto,
Panorama,
pubblica lo "scoop" di Lino Jannuzzi su un preteso
vertice segreto fra il pm Ilda Boccassini e Carla del Ponte a
Lugano per incastrare Berlusconi. è una maldestra manovra per
scalzare la Boccassini dai processi, ma va subito in fumo: quel
giorno, a Lugano, la Boccassini non poteva esserci (era a
Milano), e nemmeno la Del Ponte (era in Tanzania). Segue
imbarazzata smentita.
Il sottosegretario all'Interno Carlo Taormina chiede l'arresto
dei giudici milanesi: un'istanza espressa più volte e da altri
esponenti ben più autorevoli della Casa delle libertà. Ma in
segreto, fra le quattro mura. Taormina è un uomo solare, acqua e
sapone. Infatti difende pure alcuni pezzi da novanta del crimine
nazionale. Lo fanno, è vero, moltissimi suoi colleghi. Ma lui
non è l'avvocato di Berlusconi, e nemmeno di Previti, e nemmeno
di Dell'Utri, e certe cose non se le può permettere. Così lo
fanno dimettere. Il governo perde il primo pezzo.
Nuove risate in Europa per il "no" del presunto
ministro della Giustizia Roberto Castelli al mandato di cattura
europeo. Castelli regala anche al premier, per Capodanno, il
trasferimento immediato di uno dei suoi giudici, Guido Brambilla,
al tribunale di sorveglianza: peccato che il presidente della
Corte d'appello lo riapplichi subito al tribunale ordinario,
salvando così il processo. Un altro sputtanamento galattico per
il governo, che non ci guadagna nulla e ci perde in immagine.
Immagine già finita sottozero quando il sedicente ministro
Maurizio Gasparri telefona in diretta a Simona Ventura per
polemizzare su una freddura.

L'anno nuovo, il 2002, si apre con un altro trionfo
nazionale e internazionale della "squadra"
berlusconiana: se ne va anche il ministro degli Esteri Renato
Ruggiero, stufo di nascondersi nel bagno ai vertici europei ogni
volta che parlano Berlusconi e Castelli.
E, con le riforme fatte e minacciate, il governo riesce anche a
compattare una delle categorie più divise che l'Italia conosca:
la magistratura. La protesta delle toghe nere, all'inaugurazione
del nuovo anno giudiziario, è plebiscitaria. Le piazze si
riempiono di manifestazioni e "girotondi", gente che
mai aveva manifestato per strada comincia a farlo senza riuscire
più a smettere, fino ai 40mila del Palavobis a Milano. Quella
sera, il profetico Castelli prevede possibili "episodi di
violenza". Due giorni dopo esplode un petardone su un
motorino appoggiato sulla parete antistante il Viminale,
stranamente sguarnita di telecamere. è il primo attentato al
mondo rivendicato in anticipo da un ministro.
Altro caso di sventurata preveggenza: il delitto del professor
Marco Biagi. Una provvidenziale manina passa a
Panorama un
rapporto dei servizi segreti che traccia l'identikit della
prossima vittima delle Bierre: è il ritratto di Marco Biagi,
manca solo il nome. Ma al Viminale non leggono
Panorama e
nemmeno - si suppone - i rapporti dei servizi segreti. Biagi
viene privato della scorta, così il compito degli assassini
risulta decisamente più agevole: ammazzare un uomo solo in
bicicletta è decisamente meno rischioso che ammazzarne uno
scortato dentro un'auto blindata. Uno pensa che la macabra gaffe
possa bastare, e invece no, perché il ministro dell'Interno
Scajola pensa bene di commemorare degnamente il trigesimo con una
memorabile dichiarazione sul martire: "Marco Biagi era un
rompicoglioni che pensava solo a strappare consulenze". La
frase suona eccessiva persino per un lombrosario come questo
governo: Scajola, fino ad allora considerato il meglio di Forza
Italia dopo un'accurata selezione interna, viene accompagnato
alla porta del Viminale da due robusti infermieri. Lo sostituisce
Beppe Pisanu, quello che nel 1983 aveva fatto la fine di Scajola,
costretto alle dimissioni dopo avere giurato, nella sua veste di
sottosegretario al Tesoro, che i conti dell'Ambrosiano del suo
amico Roberto Calvi erano perfettamente in regola (due giorni
prima che emergesse il più spaventoso crac della storia
d'Italia: quello, appunto, dell'Ambrosiano). Anche lui, insomma,
promette bene.
L'occupazione militare della Rai e la spiritosissima legge
Frattini sul conflitto d'interessi (quella che salva la
"mera proprietà") rovesciano in piazza altre centinaia
di migliaia di persone. Che diventano 3 milioni nella
manifestazione indetta da Cofferati, con la sponsorizzazione
straordinaria del governo, sull'articolo 18 dello Statuto dei
lavoratori. Era dai tempi di Tambroni (e del primo Berlusconi)
che un governo non veniva così frequentemente e massicciamente
sputacchiato per le pubbliche vie. Al punto che, in Parlamento,
si cominciano a intravedere le prime avvisaglie di un fenomeno
finora sconosciuto: l'opposizione.
E

non solo in Italia. Quando il ministro Umberto
Bossi definisce l'Unione europea "Forcolandia" e
"superstato tecnocratico e corrotto", Berlusconi
rassicura: "Umberto non va preso sul serio". Al resto
pensa il sottosegretario Vittorio Sgarbi, che dà in
escandescenze al Salone del libro di Parigi, insolentendo la
ministra Catherine Tasca, poi anche lui viene preso in consegna
da due infermieri. Fuori tre.
In primavera, primo test elettorale a un anno dalla grande
vittoria. Il Polo perde le amministrative, riuscendo a farsi del
male da solo con faide e scannamenti intestini, da Asti a Monza,
a Verona. Ma è nei mesi estivi che si dispiega ai massimi
livelli tutto il potere jettatorio della Casa delle Sfighe.
Un'escalation di rovesci, sciagure e jatture che, al confronto,
il Vajont era una doccia e Waterloo una scaramuccia. I nubifragi
agostani che aboliscono definitivamente l'estate (mai visti
prima) sono soltanto la metafora dell'estate più nera del
Cavalier Menagramo. Le sue imprese, ormai, sono liberamente
ispirate alle disavventure di Wile e. Coyote nel vano
inseguimento di Bip-Bip.
Riforma del Csm: il governo ne modifica le regole nella speranza
di far eleggere una maggioranza più omogenea alla sua, ma
ottiene esattamente l'effetto opposto; per la prima volta, anzi,
il vicepresidente (Virginio Rognoni) è espressione
dell'opposizione.
Processi di Milano: anni e anni per convincere gli italiani che
quel tribunale è un covo di toghe rosse mentre Brescia è il
paradiso terrestre, poi, sul più bello, arriva un avviso di
garanzia all'avvocato Gaetano Pecorella, e da dove parte? Proprio
da Brescia. Tribunale infrequentabile anche quello, toghe rosse
anche lì, il giro d'Italia dei processi a Berlusconi prosegue.
Intanto l'Onu decide di inviare un ispettore malese a studiare
gli attacchi contro l'autonomia della magistratura italiana.
Falso in bilancio: mentre il Cavaliere e i suoi avvocati
appositamente eletti in Parlamento lo depenalizzano (di fatto) in
tutta fretta, esplodono negli Usa i casi Enron e Worldcom, cioè
i due più enormi scandali di falso in bilancio della storia
mondiale. Bush, "l'amico George", anziché
depenalizzare, moltiplica il massimo delle pene fino a 25 anni.
"In galera chi falsifica i bilanci", urla:
"l'amico Silvio", che già vagheggiava un asse
infallibile Roma-Washington, gira alla larga per un po'.
Rai: cacciati Biagi e Santoro (colpevoli di eccessiva libertà ed
eccessivo successo) in obbedienza al proclama bulgaro del
premier, la nuova dirigenza li sostituisce con le comiche
(volute) di Max e Tux e con quelle (involontarie) di
Marano&Socci. Ma il pubblico cinico e baro sembra non
gradire, e cambia canale.
Mondiali di calcio: dopo aver insultato e indotto alle dimissioni
Dino Zoff, reo di essere arrivato soltanto secondo ai campionati
europei, Berlusconi benedice (si fa per dire) il nuovo citì
Giovanni Trapattoni ("è come me, vincerà tutto"). Non
l'avesse mai detto: l'Italia viene subito eliminata.
Campionato di calcio: il Cavaliere piazza il fido Adriano
Galliani alla guida della Lega Calcio, e per la prima volta nella
storia pallonara il torneo più amato dagli italiani non parte. R

imandato di settimana in settimana per la rissa dei
presidenti sui diritti televisivi.
Leggi Cirami, Pittelli, Palma: Berlusconi prepara il suo scudo
spaziale di immunità, ma la gente scende in piazza anche il 31
luglio. E, soprattutto, Cosa nostra si ingelosisce: ma come, per
te e per i tuoi amici sì, e per noi no? Diversamente da quelli
della Confindustria e di alcuni sindacati "dialoganti",
i capi della mafia sono piuttosto concreti: quando fanno un
patto, esigono che venga rispettato. "Siamo stufi di essere
strumentalizzati", fa sapere dal carcere Leoluca Bagarella a
fantomatici referenti "politici". Per qualche giorno la
gente si domanda con chi ce l'abbia. Poi, inaugurando un ponte
sul Ticino, il premier sbotta: "Non ci faremo intimidire da
Bagarella". Così è chiaro a tutti con chi ce l'aveva
Bagarella. Anche perché subito dopo il Sisde chiede di scortare
d'urgenza Previti e Dell'Utri: casomai la mafia dovesse colpirli,
l'opinione pubblica non li scambierebbe per Falcone e Borsellino;
al massimo, per Salvo Lima.
Lotta alla droga: la campagna neoproibizionista di Alleanza
nazionale viene bruscamente interrotta dall'arresto di un certo
Martello, che entrava e usciva con tanto di lasciapassare dal
ministero delle Finanze per consegnare - sostengono i carabinieri
- partite di cocaina al viceministro Gianfranco Miccichè. La
vicenda del pusher ministeriale, oltre a spiegare una certa
"finanza creativa" tanto in voga da quelle parti,
imbarazza un tantino il governo, tantopiù che Miccichè si
difende dalle polemiche bollando i carabinieri come "corpo
deviato dello Stato". Non sa che rispondono al collega
ministro della Difesa Antonio Martino, forzista come lui. Le
indagini comunque passano alla Guardia di Finanza, mettendo il
povero sottosegretario in una situazione davvero imbarazzante:
come Miccichè pare essere un consumatore, come polista è un
proibizionista e come viceministro è alla guida dello stesso
corpo armato che indaga su di lui. Un conflitto interiore
lacerante.
Alla ripresa autunnale, tra un girotondo da un milione di persone
in piazza San Giovanni e un fulmine dell'ultimo fuoruscito
forzista Filippo Mancuso (Previti "mascalzone",
Berlusconi "ricattato" e via ricamando), anche il
Vaticano passa all'opposizione per la legge Bossi-Fini
sull'immigrazione. "Adesso a questi vescovoni e massoni gli
mandiamo una bella visita della Guardia di Finanza", replica
pacato il ministro della Devolùscion. Frattanto i conti pubblici
vanno così male che persino il presidente della Confindustria
Antonio D'Amato, uomo dai riflessi piuttosto lenti, comincia a
dubitare qualcosina a proposito delle promesse governative. E i
suoi dubbi aumentano quando sente dire dall'amico Tremonti che è
ora di finirla con i "regali dell'Ulivo alle imprese".
Tirare cinghia, dunque, lacrime e sangue, e pedalare. "Vi
prometto che non aumenteremo le tasse", annuncia il
Cavaliere che solo un anno fa prometteva di abbassarle. I
sondaggi pare vadano maluccio, ma niente paura: vengono aboliti,
con l'ingaggio del sondaggista di fiducia del Cavaliere (quello
che, la sera delle elezioni, dirama le proiezioni e gli exit poll
dopo l'arrivo dei dati definitivi del Viminale).
Se si sparge la voce che Berlusconi porta sfiga, è finita: gli
italiani sono fatti così. Brutta razza. Da piazzale Loreto alle
monetine anticraxi davanti all'hotel Raphael. Diceva bene Corrado
Guzzanti alias Rokko Smitherson: finché la tigre corre,
cavalcala. Se zoppica, spàrale.