Da "L'Unità" - 10 luglio 2003
Quando si parla del referendum sul
lodo Berluschifani, uno conto è aver paura di non farcela, un altro è aver paura
di farlo. E' giusto - come fanno alcuni leader del centrosinistra e dei
movimenti - domandarsi: <E se non raccogliamo le firme? E se, raccolte le firme,
non raggiungiamo il quorum alle urne?>. E' incomprensibile accusare chi firma o
raccoglie le firme di <fare il gioco di Berlusconi> o di <farsi dettare l'agenda
da Berlusconi>. Il Cavaliere sa benissimo che cosa gli conviene e che cosa no.
Infatti continua a prendersela con chi lo attacca - i cosiddetti <demonizzatori>
- a suon di denunce penali e civili, linciaggi mediatici, ostracismi televisivi.
Tutti gli altri sono ospiti fissi dei suoi giornali, tv e case editrici. Da
quando è in politica (si fa per dire), la sua agenda è universalmente nota.
Punto 1: impunità duratura. Punto 2: monopolio televisivo forever. Punto 3:
affari vari. Farsi dettare l'agenda da Berlusconi vuol dire agevolare o non
ostacolare l'impunità, il monopolio, gli affari berlusconiani. Cosa che molti,
troppi hanno fatto negli ultimi sette anni. Raccogliere le firme per abrogare
l'impunità fresca di Lodo (e magari, domani, anche quell'altro obbrobrio che è
la legge Gasparri) significa aprire un'agenda totalmente nuova, diametralmente
opposta a quella del Cavaliere.
Non è neppure vero che,
raccogliendo le firme, si intralcia il lavoro della Corte costituzionale. La
Corte fa il suo mestiere, i cittadini il loro, e così pure (si spera) i partiti.
Tutti speriamo che il referendum diventi inutile: che, cioè, venga anticipato
dalla Consulta con una sonante dichiarazione di incostituzionalità del lodo
della vergogna. Ma i giudici costituzionali non sono robot. Sono uomini. Vivono,
pensano e decidono calati nella realtà del momento. Nei mesi prossimi, complice
anche il passaggio di consegne da un presidente all'altro, saranno
prevedibilmente oggetto di pressioni fortissime, anche implicite e inespresse,
da parte delle quattro massime cariche dello Stato, che hanno chi imposto, chi
voluto, chi condiviso, chi assecondato quel Lodo, mettendoci - come si suol dire
- <la faccia> (almeno chi ce l'aveva).
Far sapere alla Corte che qualche
milione d'italiani si vergogna di quella legge-vergogna non è una pressione
indebita. E' un diritto costituzionalmente garantito, come sanno in quel palazzo
meglio che in qualunque altro. In ogni caso, le firme sono utili. Se la Corte
boccerà il Lodo, sarà la conferma di una battaglia giusta. Se la Corte dovesse
avallarlo, non significherebbe che il Lodo diventa buono, anzi. Costituzionale
non vuol dire buono. E, con le firme in tasca, si potrebbe andare subito al
referendum senza dover cominciare tutto da capo in tempo più difficili degli
attuali.
Restano, è vero, i rischi di non
farcela a raccogliere le firme. Ma solo se si lasciano soli Di Pietro e
Opposizione civile. Basterebbe un Sì, o un Ni, da qualcuno dei maggiori partiti
dell'Ulivo (ma anche da correnti, associazioni, movimenti come i Girotondi,
Aprile e così via), per mettere in cascina quelle benedette 500 mila firme anche
prima dei tre mesi canonici. L'estate, con le sue feste dell'Unità e le altre
manifestazioni politiche, può rivelarsi propizia.
Quanto al quorum elettorale, il
problema si porrebbe solo se la Corte dovesse avallare il Lodo. E ogni paragone
con l'articolo 18 nelle piccole aziende è risibile. Qui è in gioco l'articolo 3
della Costituzione, non un articolo del pur importantissimo Statuto dei
lavoratori.
Il referendum appena fallito
riguardava un ristretto numero di persone, neppure tutte concordi, e i partiti
che han fatto campagna per il voto erano pochi, e per giunta piccoli. Il
referendum per la legge uguale per tutti e contro l'impunità rappresenta,
invece, valori universali e sentimenti largamente condivisi: un tema unificante,
un mastice che unificherebbe l'elettorato d'opposizione e probabilmente
aggregherebbe anche parecchi simpatizzanti del centrodestra, mettendo in grave
imbarazzo partiti come la Lega e anche nel 1993 erano in prima fila contro
l'immunità (ottima l'idea di Di Pietro di piazzare banchetti fuori dalle feste
del Carroccio e del Secolo d'Italia, per vedere l'effetto che fa: dai primi
riscontri, pare che arrivino anche elettori di quei due partiti). Eguaglianza e
legalità non sono valori di destra o di sinistra. Sono di tutti.
E tutti i sondaggi ci dicono che il
Lodo è la legge più impopolare mai approvata negli ultimi anni: circa il 75-80
per cento degli italiani (compresi dunque molti elettori della Cdl) era e resta
contrario. L'idea che qualcuno, solo per la carica che ricopre, diventi
invulnerabile come e più di Achille (senza neppure il famoso tallone), non è
ancora passata, neppure nell'Italia di Berlusconi.
In un'eventuale chiamata alle urne,
poi, nessuno dei grandi partiti di destra e di sinistra inviterebbe
all'astensione. La battaglia, salvo casi sporadici, dovrebbe giocarsi fra il Sì
e il No. Garantendo quella mobilitazione emotiva che, di solito, significa
quorum. E ancora, last but not least: serpeggia, anche nell' opposizione, una
gran voglia trasversale di ritornare alla vecchia immunità parlamentare (magari
nella forma peggiorativa pensata dai berluscones: Lodo Maccanico-Berlusconi
allargato, cioè sospensione automatica - anche per chi non la vuole - dei
procedimenti a carico degli eletti, con legge costituzionale e maggioranza
trasversale dei due terzi, così si evita il fastidio del referendum
confermativo). Un referendum subito contro l'impunità per i Cinque Intoccabili
diventerebbe un poderoso freno contro chi già pensa di estenderla agli altri
945.
I tempi stringono. Senza le firme
entro il 30 settembre, la questione va - per così dire - in prescrizione:
scaduto quel termine, l'eventuale referendum slitterebbe al 2005. E allora il
tempo sarà scaduto, la partita chiusa, la battaglia persa. Vale la pena
buttarsi. Il rischio è minimo, il risultato comunque importantissimo. Centinaia
di migliaia di Sì all'abolizione dell'impunità e del privilegio equivalgono ad
altrettanti Sì alla Costituzione, a questa Costituzione, mai così amata da
quando qualcuno decise improvvisamente di cestinarla e riscriverla in tutta
fretta.
Si parla tanto, solitamente a
sproposito, del prestigio dell'Italia in Europa e nel mondo. Qualcuno pensava di
incrementarlo con immondizie tipo Lodo. Basta dare un'occhiata in giro per
comprendere che si era tragicamente sbagliato. Ora però, in Europa e nel mondo,
ci si domanda se l'unica Italia sia quella di Berlusconi, delle sue uscite sui
Kapò e le sue barzellette sull'Olocausto, se tutti gli italiani siano
rassegnati, supini, genuflessi ai piedi dello Statista di Milanello. <In
Germania - diceva due sabati fa, alla manifestazione di Rimini, la studentessa
romana che a Berlino ha osato fare una domanda al presidente Ciampi - ci
adorano, ma si domandano come abbia potuto un popolo con la nostra cultura,
storia e tradizione precipitare così in basso> (e non c'erano ancora stati gli
insulti a Schulz).
Le ha fatto eco Dario Fo, invitando
anche lui a firmare: <Ovunque io vada, all'estero, la domanda è sempre la
stessa: ma come avete potuto? Ma davvero siete tutti berlusconiani? Possibile
che nessuno reagisca a questa vergogna?>. La vergogna, naturalmente, non sono i
processi a Berlusconi. La vergogna sono le leggi per abrogarli (non per nulla,
l'ultima volta che l'Italia si fece apprezzare nel mondo fu grazie a Mani
Pulite, al coraggio dimostrato nel 1992-'93 nel processare una classe dirigente
compromessa con la corruzione e la mafia).
Ecco, firmare il referendum è anche
un messaggio all'Europa e al mondo: gli italiani che si vergognano e non si
rassegnano sono milioni. L'altra Italia, quella che non applaude e dunque non si
nota in televisione, non ha altra voce che questa per farsi sentire nel semestre
europeo delle pagliacciate, delle volgarità e della cartapesta. Nelle democrazie
vere, l'esecutivo è tenuto a bada dal Parlamento, dalla magistratura, dalla
libera informazione, dal capo dello Stato. Nel nostro regimetto, questi
contropoteri ce li siamo giocati l'uno dopo l'altro. Per difendere la nostra
Costituzione e la nostra dignità ci rimangono la parola e la firma. Vogliamo
rinunciare anche a quelle?