a cura di Marco Travaglio
Ricevo una lettera firmata da tal Berlusconi Silvio, che nello stile somiglia molto al presidente del consiglio. Non potendo appurarne l'autenticità, credo di fare cosa gradita mettendone a parte coloro che ancora dubitano delle nobili motivazioni ispiratrici della Sua azione politica nei suoi primi mesi di governo. Autentica o meno che sia, la lettera, per le sue stringenti e convincenti argomentazioni, ha messo a dura prova il mio animus di "demonizzatore". Ne faccio un omaggio agli amici di manipulite.it, affinchè chi ancora brancola nel buio possa vedere finalmente la Luce.
Caro Amico delle Libertà,
purtroppo i miei impegni di statista non mi consentono di incontrarLa di persona. Ma vorrei farLe giungere ugualmente tutta la mia vicinanza. So bene, per averlo appreso da Giuliano Ferrara e Nando Adornato, quanto sia duro uscire dal tunnel della propaganda comunista, giustizialista e giacobina. Ma confido che presto, dopo la lettura di questa mia, compirà anche Lei il Grande Passo verso la Libertà, lontano dalle guerre civili che hanno insanguinato l'ultimo decennio in Italia. E in nome di quella Questione Morale che è da sempre il mio programma di vita e di governo.
Noto con piacere che Lei ricorda spesso i fiori all'occhiello dei miei primi 8 mesi di governo: rogatorie, falso in bilancio, immunità parlamentare, sanatoria per i capitali esportati illegalmente". Anch'io, come voi, deploro "l'uso delle istituzioni per interesse privato": pensi che i miei avversari pretenderebbero che io e i miei amici fossimo gli unici a non beneficiare di queste fondamentali riforme, approvate nell'interesse generale del Paese. E poi, si metta nei miei panni. Ho tre processi per falso in bilancio e due per corruzione in atti giudiziari: sfido chiunque, nelle mie condizioni, a occuparsi di sfida a duello efurto di bestiame.
Mi consenta ora di riepilogare brevemente la filosofia che ci ha ispirati in questi primi otto mesi di governo delle libertà. Che poi è la stessa mi spinse a scendere in campo nell'indimenticabile 1994.
Abbiamo esordito con la legge sulle donazioni e le successioni: i soliti pauperisti della sinistra si erano limitati ad esenzioni fiscali fino a 300 milioni: ma oggigiorno chi è così straccione da non avere più di 300 milioni da donare ai figli? E poi si metta nei miei panni: qualche mese fa, in campagna elettorale, ho scoperto di avere 1500 miliardi di fondi neri all'estero, nelle isole del canale e in altri posti che nemmeno sapevo esistessero. I miei collaboratori, come al solito, avevano fatto tutto a mia insaputa: volevano farmi una sorpresa per il mio compleanno. Ma ora che me l'hanno fatta, vorrei dividere quel modesto gruzzolo fra i miei figli, ai quali finora, con immensi sacrifici, ero riuscito a intestare soltanto una villa in Costa Smeralda per ciascuno. Voi direte: potevi farlo pagando le tasse. Ma così rinfocolerei le polemiche sul presunto conflitto d'interessi: qualcuno potrebbe trovare inelegante che io paghi tutte quelle tasse allo Stato proprio ora che lo Stato sono io.
Il naturale completamento di questa riforma è la legge sul rientro dei capitali all'estero. Conosco imprenditori che si sono fatti da sè in Aspromonte e in Barbagia, i quali, dopo una vita di onesto lavoro ospitando forestieri venuti dal Nord, non potevano spendere nemmeno una lira per paura che qualche ispettore sospettoso gliene chiedesse la provenienza. Adesso qualcuno dirà che facevano i sequestri di persona. Che paroloni. Noi preferiamo considerare queste attività nell'àmbito del ramo "bed and breakfast". Ora consentiremo loro di portare all'onor del mondo le loro sudate ricchezze, contribuendo al rilancio dell'economia e del turismo di quelle lande desolate. Quando i pastori dell'Aspromonte e della Barbagia cominceranno a circolare a bordo di cortei di Limousine e a costruirsi ville con piscina e rubinetti in oro zecchino, il turismo e l'economia nazionale non potranno che beneficiarne. L'esperienza della Chicago anni 30, alla quale noi ci ispiriamo, insegna. Ne conveniva con me il mio nuovo consulente per la finanza internazionale, Maurizio Raggio, nel nostro recente vertice a Portofino.
A proposito di consulenze: ho appena ingaggiato a Palazzo Chigi
l'amico Gianni De Michelis, per la politica estera nei
Balcani: casomai in quella sventurata regione fosse rimasto in
piedi qualcosa, arriva De Michelis.
A questo punto, la riforma del falso in bilancio non ha più
bisogno di presentazioni. L'Italia delle Libertà deve
liberarsi di queste residue pastoie che impediscono il
dispiegarsi della libera intrapresa. E poi non è vero che
abbiamo depenalizzato quel reato, l'abbiamo semplicemente
adeguato alle esigenze del nuovo millennio. Abbiamo dovuto
ridurre le pene, francamente eccessive: pensate che il collega
Cesare Romiti, per 100 miliardi e più di fondi neri, è stato
condannato addirittura a 11 mesi e 20 giorni con la condizionale.
Anche i termini di prescrizione erano esagerati: ora, invece, se
io falsifico un bilancio oggi, domani è già prescritto. Mi pare
un tempo sufficiente per celebrare i tre gradi di giudizio, in
ossequio alla legge costituzionale del giusto processo, che ne
raccomanda la "ragionevole durata". Il che mette al
riparo le aziende dalle invasioni di campo della magistratura.
Abbiamo pure stabilito l'obbligo di denuncia da parte del
socio. Nel caso della Fininvest, ad esempio, l'unico socio
confessabile sono io, ma vorrei evitare le facili ironie su
Berlusconi che denuncia Berlusconi: anche a me, ogni tanto,
capita di litigare con me stesso.
E poi, come avrà saputo, il presidente del Consiglio Berlusconi
è parte civile contro il padrone della Fininvest Silvio
Berlusconi, imputato nei processi per corruzione dei giudici. In
tale doppia veste, ho subito ritenuto di promuovere a più alto
incarico l'avvocato dello Stato Salvemini (nome inquietante
quant'altri mai): troppo bravo per continuare a sostenere
l'accusa contro di me. L'abbiamo mandato a Brescia,
città a misura d'uomo, più consona alle sue legittime
aspirazioni.
D'altra parte noi prendiamo molto sul serio il principio,
tipico degli amici americani, dello spoil system: che, mi
assicurano i miei traduttori, significa spogliare lo Stato e
lasciarlo in brache di tela. Per questo abbiamo allontanato dal
ministero delle Finanze il capo del Dipartimento Entrate, Massimo
Romano. Pensate che, con tutto quel che aveva da fare, quel
boiardo rosso aveva trovato il tempo per indagare sull'uso
della legge Tremonti da parte della Mediaset. Per fortuna
l'abbiamo colto con le mani nel sacco e l'abbiamo
subito punito, memori di un altro insegnamento degli amici
americani: tolleranza zero. Per gli altri, s'intende.
A proposito di economia, non accetto ironie sulle nostre promesse
elettorali, a cominciare dall'aumento delle pensioni e dalla
riduzione delle tasse: l'amico Tremonti sta predisponendo i
primi provvedimenti in tal senso, che saranno riservati, per
cominciare, a tutti gli ultraottantenni, purchè accompagnati dai
genitori.
Lei non può neanche immaginare che cosa abbiamo trovato, nella
stanza dei bottoni. Pensate che al Commissariato antiracket le
sinistre avevano piazzato un certo Tano Grasso, un commerciante
che si fa bello con la scusa di non aver pagato il pizzo alla
mafia. Un cattivo maestro, insomma: noi della Fininvest il pizzo
lo pagavamo persino all'ultimo maresciallo della Guardia di
finanza, figuratevi alla mafia. Lo spudorato, comunque, ha
fiutato l'aria che tira e s'è fatto da parte
spontaneamente. E' bastato che l'amico Scajola gli
comunicasse che il suo ufficio era trasferito a Genova, e che
poteva scegliere fra la scuola Diaz e la caserma di
Bolzaneto.
Non Le dico, poi, cos'era prima del nostro arrivo il
ministero di Grazia e Giustizia, che noi per brevità chiamiamo
ministero di Grazia: in controtendenza con il parlamento e il
governo, nemmeno un inquisito o un condannato. In compenso, era
infestato di magistrati. I quali, invece di ringraziare in
silenzio per l'ospitalità, pretendevano addirittura di
esprimere pareri sulle riforme della giustizia. Dicevano, ad
esempio, che la legge sulle rogatorie avrebbe reso più difficile
la lotta internazionale al crimine, quando è universalmente noto
che sarà fondamentale per stanare e sgominare finalmente quella
banda di criminali che risiedono nelle Procure di Milano e di
Palermo. Ora qualcuno sottilizza sul fatto che anche i miei
legali e quelli di Previti abbiano chiesto di cestinare le
rogatorie dei nostri processi. Bel senso dell'equità e
della giustizia! Se la fanno franca i riciclatori di denaro
sporco, il boss Prudentino, l'amico Pacini Battaglia,
l'internazionale dei pedofili, i contrabbandieri del
Montenegro, perché mai le rogatorie dovrebbero valere solo per
noi, che oltretutto abbiamo fatto la legge? Se la legge è uguale
per tutti, dev'esserlo pure - vivaddio - l'impunità.
E' una garanzia costituzionale.
Lo dice anche l'ingegner Castelli, il nostro valido ed
esperto Guardasigilli, che ha subito provveduto a disinfestare il
ministero. E' bastato rimpiazzare tutti quei magistrati
pericolosamente esperti con uno solo: Augusta Iannini, la moglie
di Bruno Vespa. Al resto provvederanno gli avvocati. Io, per
comodità, ho messo a disposizione i miei, nel tempo libero che
avanzeranno dai miei processi e dagli impegni parlamentari. Sul
modello degli amanuensi medievali, incaricati di preservare le
vestigia della nostra Superiore Civiltà Occidentale, sto
mettendo in piedi una commissione presieduta dall'amico
Carlo Nordio per la riscrittura dei codici: non più quelli
bizantini, ma quelli penali. La supervisione sarà affidata ai
nostri collaudati giureconsulti, Cesare Previti e Marcello
Dell'Utri. Vittorio Mangano, purtroppo, è recentemente
scomparso.
Il club della menzogna, affiancato dalla stampa nazionale
controllata dal partito comunista e da quella internazionale
pilotata da Gavino Angius, ha sollevato polemiche pretestuose
sulla decisione del nostro ministro dell'Interno Claudio
Scajola di abrogare le scorte per alcuni magistrati antimafia in
presunto pericolo. Anche su questo punto, vorrei tranquillizzare
gli amici magistrati: con le riforme della giustizia che stiamo
completando, nel solco di quelle già avviate dall'amico
centrosinistra nell'ultimo, operoso quinquennio, nessun
magistrato sarà più in pericolo. L'ha già anticipato
l'amico Lunardi: basta con la guerra civile, è tempo di
pacificazione. Anche con la mafia, come con Tangentopoli, bisogna
convivere. Abbiamo persino proposto una legge che consente il
patteggiamento per le stragi, per lanciare un segnale distensivo.
Ora, quando anche le ultime procure si acconceranno al nuovo
clima bipartisan, nessun mafioso e nessun criminale si sentirà
più minacciato dai magistrati. Così si smetterà di progettare
assurdi e anacronistici attentati contro di loro. E le scorte
diventeranno un inutile, superfluo, dispendioso retaggio di un
passato che non deve ripetersi mai più. E' per questo che
stiamo disarmando i giudici: per proteggerli, per salvargli la
vita.
Per chiudere anche formalmente questo decennio di guerra civile,
abbiamo in mente una serie di iniziative, a cominciare dalle
commissioni parlamentari d'inchiesta su Tangentopoli, su
Telekom Serbia, sul dossier Mitrokhin, e prossimamente - a
Dio piacendo - sulla battaglia di Lissa e sulle guerre puniche.
Qualcuno, ironizzando, potrà dire che il Parlamento che invoca
piena luce su Tangentopoli è come Gelli che chiede piena luce
sulla P2 e Rina che chiede piena luce su Cosa Nostra. Ma sono
battute senza senso: a parte le tangenti alla Guardia di Finanza,
la mazzetta di 21 miliardi a Craxi, i passaggi di denaro dai
conti di Previti a quelli del giudice Squillante, io con
Tangentopoli non c'entro nulla. E, a parte un'ottantina
di neoparlamentari condannati e inquisiti, non c'entra
neppure il Parlamento. Le commissioni non resteranno comunque
un'iniziativa isolata. Nel decennale dell'arresto di
Mario Chiesa, il 17 febbraio 2002, ci riuniremo tutti in piazza
Duomo a Milano per un grande "Craxi Day". Poi, in
estate, tutti in piazza Politeama, a Palermo, per un festoso
"Mafia Day", nel ricordo commosso del secondo
anniversario della morte di Vittorio Mangano. Senza dimenticare,
s'intende, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Soprattutto
Borsellino, al quale va il nostro deferente e imperituro ricordo:
come ricorderete, proprio nell'ultima intervista televisiva
prima di morire, l'eroico magistrato mi fece il grande onore
di dedicare una citazione a me e una agli amici Dell'Utri e
Mangano. Non l'ho mai dimenticato, anche se ho sempre
evitato di diffondere quel video attraverso le mie televisioni.
Per la mia naturale ritrosia e per non farmi troppa
pubblicità.
A questo proposito, si è molto favoleggiato del mio presunto
conflitto d'interessi in campo televisivo. A parte il fatto
che non ho mai notato particolari conflitti fra i miei interessi
e le reti Rai e Fininvest, ora abbiamo un temibile concorrente:
La 7, che abbiamo salvato da un sicuro tracollo finanziario
facendola rilevare dall'amico Marco Tronchetti Provera, che
sta riducendo i costi e ridisegnando i palinsesti: liquidati i
troppo dispendiosi Fazio e Lerner, la rete diventerà
monotematica e si specializzerà in programmi più economici ma
di sicuro successo come le previsioni del tempo, le estrazioni
del lotto, "Oggi al Parlamento", l'intervallo e il
monoscopio, insidiando così pericolosamente la nostra
programmazione. Ma non saremo certo noi, liberisti della prima
ora, a lagnarci per l'arrivo di una robusta concorrenza.
Insomma, come diceva sempre l'amico Mangano, siamo a
cavallo.
Quel che non potevamo proprio accettare era la presenza, ai
vertici di un'azienda importante come la Telecom, di un
personaggio, Roberto Colaninno, inquisito per falso in bilancio:
e chi si credeva di essere, il presidente del Consiglio? Così
abbiamo propiziato l'avvento dell'amico Tronchetti. I
soliti professionisti della menzogna ha lanciato basse
insinuazioni sul fatto che, all'indomani dell'acquisto
della Telecom, Tronchetti ha voluto gentilmente rilevare anche la
Edilnord da mio fratello Paolo a prezzo doppio rispetto al suo
valore. Ma questi sono i colpacci di quel volpone di Paolo, che
con quell'aria da finto ingenuo riesce sempre a mettere nel
sacco chiunque: soprattutto da quando io sono presidente del
Consiglio. Vi faccio una confidenza: il fratello furbo è lui.
Anche quando confessa, lo fa così bene che lo assolvono sempre.
Come forse avrete saputo, anch'io ho ottenuto in omaggio
un'assoluzione dalla Cassazione. È la solita insufficienza
di prove, ma nessuno se n'è accorto. Meglio così. Non
ditelo troppo in giro. In fondo, le barzellette come le racconto
io non le sa raccontare nessuno. L'ho sempre detto che la
magistratura va sempre rispettata. E la Cassazione ha
riconosciuto ciò che avevo sempre sostenuto: nelle mie aziende
non comanda nessuno. Il mio impiegato Salvatore Sciascia, che a
tempo perso fa anche lo scrittore, ogni tanto prendeva
l'iniziativa di corrompere la Guardia di Finanza senza dire
niente a nessuno. Pensate che non veniva nemmeno a chiederci i
soldi per le tangenti. Si autotassava. Ha risparmiato 350 sudati
milioni e, anziché darsi alla bella vita, li ha spesi tutti per
convincere la Guardia di Finanza a chiudere un occhio sulle
nostre frodi fiscali. Di tasca sua, dal suo magro stipendio:
pensate che dedizione.
Non Le dico, poi, i miei due eroici segretari, Niccolò Querci e
Marinella Brambilla. Sono appena stati condannati a due anni e
più per falsa testimonianza: avrebbero mentito per coprire me.
Pensi la faccia che han fatto quando hanno scoperto che ero
innocente.
E poi c'è l'avvocato Massimo Maria Berruti, uno dei
miei migliori collaboratori. E' stato indagato, arrestato,
condannato in primo grado, in appello e in Cassazione per
favoreggiamento: organizzò un'operazione di depistaggio in
grande stile per tappare la bocca ai finanzieri corrotti e
salvare me. Le lascio immaginare come ci è rimasto quando ha
scoperto che io ero innocente. Ma poi gli è passata, è un uomo
devoto e si sacrifica volentieri. Anche perchè ora, dopo essere
entrato in Parlamento, entrerà pure nel Guinness dei primati: è
il primo caso di favoreggiatore che favoreggia un innocente.
Solo il partito della menzogna poteva pensare che io sapessi
qualcosa di quelle brutte cose. Tutte storie. Alla Fininvest, per
la prima volta nella storia, abbiamo realizzato la perfetta
anarchia. L'ho sempre detto che la vera sinistra sono io.
Diffidate delle imitazioni.
Dopo l'assoluzione, ho chiesto a tutti di restituirmi
l'onore. Ma ha abboccato uno solo: l'amico Massimo
D'Alema, quello che mi aveva scambiato per un padre
costituente. Pensate che mi ha addirittura chiesto scusa per
l'ingiusta condanna (come se me l'avesse inflitta lui).
D'ora in poi, non so se l'avete saputo, le sentenze
della Cassazione valgono di nuovo. Non come quella del 21 ottobre
2000, che mi riconosceva responsabile dei 23 miliardi di All
Iberian a Craxi, ma dichiarava prescritto il reato: ecco, quella
no, quella non valeva ancora. A proposito: ha un'idea di
quanti sono 23 miliardi? La più grossa stecca mai pagata a un
singolo uomo politico, l'ho pagata io. Tanto per darvi
un'idea di quanto mi costava l'amico Bettino, pace
all'anima sua. Benedetta Mani Pulite che me l'ha levato
dai piedi: ora è molto più comodo, mi faccio le stesse cose da
solo, e soprattutto gratis. Ma anche questo non vada a
raccontarlo in giro, sennò la storia della guerra civile non
attacca.
Ora devo andare. Il dovere mi chiama. Sento già in lontananza le
note della fanfara dei Lancieri di Montebello: sta arrivando a
Palazzo Chigi il principe Al Waleed, socio della Fininvest e di
Bin Laden. Abbiamo un vertice sulla lotta al terrorismo.
La saluto affettuosamente e La aspetto, con tutti i suoi amici,
nella Casa della Libertà Provvisoria.